“Danno la terra…”

“Danno la terra. Lo Stato dà la terra. Era una voce che correva un po’ in tutti i paesi della Maremma, ma noi, noi che nella Maremma eravamo nati, che fino a quel momento avevamo conosciuto solo tanta miseria, quella nera, quella che si taglia a fette come il pane che non bastava mai, non ci credevamo. Si pensava che dietro c’era un inganno, eravamo pieni di diffidenza, sfiduciati.”

Luigi Bellumori, classe 1919, agli inizi degli anni ’50, viveva a Sorano, era appena tornato dalla guerra e cercava di tirare avanti la famiglia lavorando per qualche mese all’anno come caporale alla costruzione delle strade previste dal Piano Fanfani. “Era un brutto lavoro, ma pur sempre un lavoro”.

Luigi, che all’epoca aveva poco più di trent’anni, ricorda la sua terra come una terra difficile, dura, nemica, tirchia: “Macchie, solo macchie intricate, fitte, intercalate da qualche spicchio di terreno strappato con il sudore e la fatica per tirarci fuori un po’ di grano, l’erba per le bestie, poche bestie, anche loro stremate.

I poderi erano pochi, si contavano sulle dita di una mano e chi l’aveva, anche se in affitto, era un uomo fortunato”. In quel tempo i paesaggi della Maremma erano desolati, insidiosi, sconosciuti. Poca gente, poche case, caldo, desolazione, pietraie, pantani, campi spesso coperti di rovi, malaria.

Le cose per Bellumori cominciano a cambiare verso il 1950, all’inizio della Riforma Fondiaria, quando fa domanda ed ottiene un podere vicino a Pitigliano, poi una terra di 23 ettari all’Arcille, terra difficile da lavorare ma dalla quale otterrà quasi 360 quintali di grano diventando quasi una leggenda.

Gli anni passano e Luigi Bellumori decide di trasferirsi a Grosseto, anche perché ha messo su famiglia e decide di far studiare i tre figli. Fa domanda presso l’Ente Maremma per ottenere un podere e il trasferimento avviene nel 1966 gli viene assegnato un Podere in località Casotto dei Pescatori, nella campagna circostante la città di Grosseto.

Purtroppo, dopo soli 10 giorni dal trasferimento, avviene l’irreparabile: il fiume Ombrone esce dagli argini allagando Grosseto ed i territori circostanti non risparmiando il podere di Luigi. “Per sfuggire alla furia dell’acqua ho dovuto fare un buco nel tetto e da lì salire con tutta la famiglia su un elicottero. Eravamo salvi, guardavo la terra sotto di me: spazi immensi, terre allagate, tanta desolazione. Persi tutto: le poche bestie che avevo, gli attrezzi, il trattore.

Ho conosciuto le due facce della Maremma: quella delle grandi proprietà terriere, della mezzadria, della malaria, dei braccianti che scendevano come me dalle colline per il raccolto, e la Maremma dopo le grandi opere di bonifica e la Riforma Fondiaria, nel mezzo la mia vita, che è cambiata come questa terra”.

Ma Luigi non si perse d’animo, e con gli anni è riuscito a trasformare quella desolazione in una fiorente azienda che produceva carne e latte.

Negli anni a venire, la famiglia con grande fatica e collaborazione da parte di tutti, ha superato le difficoltà iniziali riuscendo a preservare la dimensione produttiva di quella che si è sviluppata come una fiorente azienda agrituristica inserendola in un ambiente sano ed incontaminato dove il turista potrà godere delle bellezze naturali, della cordialità e calore dell’agricoltore maremmano.

Oggi Albano e Maria, possono offrirvi un’interessante struttura dove soggiornare e la possibilità di acquistare prodotti tipici di qualità come carne di razza chinina e olio.

Marco, nipote di Luigi e figlio di Albano e Maria tra le mille difficoltà dell’era moderna, insegue per passione il sogno di far conoscere e apprezzare alle nuove generazioni, un mondo antico del quale purtroppo si sta perdendo il contatto legato alla tradizione e ai sapori, la memoria e i valori.

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